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La vicenda di Alfie Evans, l’eutanasia, le Dat:
cosa succede quando la vita interroga la vita?

La cronaca sempre più spesso ci racconta di casi estremi, esistenze tribolate dinanzi alle quali familiari, medici o giudici sono chiamati a prendere decisioni talvolta estreme. È possibile definire dei “criteri” di scelta? “Dentro una buona relazione – afferma il bioeticista Picozzi – sarà possibile scoprire la decisione buona” Le recenti vicende che hanno visto coinvolti piccoli bambini e la controversia tra genitori ed equipe sanitaria sulla miglior cura da offrire loro, insieme all’approvazione in Italia della legge sulle disposizioni anticipate di trattamento (Dat) hanno riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica il tema dell’esperienza della sofferenza e delle scelte sul fine vita. Ci proponiamo di offrire alcune riflessioni che possano aiutare ciascuno a maturare un giudizio ponderato. La questione seria: le domande alla fine della vita. Le parole che pronunciamo ci istruiscono sul modo buono di vivere le fasi finali della vita. La vita insegna alla vita. Al “dottore faccia di tutto/non mi/non lo abbandoni” del paziente e dei suoi familiari corrisponde l’impegno del medico: “le prometto che starò dalla sua parte”. “Tu non morrai”: in questa frase si esprime l’attaccamento, la dedizione alle persone a cui vogliamo bene. A queste espressioni fanno da contrappeso queste altre: “non voglio soffrire”, “non fatelo soffrire”; per il medico e gli operatori sanitari possiamo tradurre “fino a quando andare avanti con i trattamenti?” Queste affermazioni, in apparenza contrapposte, esprimono l’impegno da una parte di non abbondonare il paziente e dall’altra parte di non accanirsi, di non ricorrere a trattamenti inutili, rifugiandosi nelle tecnica per non affrontare la domanda che ti chiama in causa quale figlio, genitore, medico. Possiamo ritradurre la diade nel rapporto tra resistenza (al male, alla malattia, alla sofferenza) e resa (ai limiti della medicina e della vita umana). Ma fino a quando resistere? E quando arrendersi? La proporzionalità di un trattamento. Quali i criteri per giudicare una cura non più proporzionata, che diventa quindi legittimo sospendere? Un primo criterio di proporzionalità chiede di integrare gli aspetti clinici con la storia personale del paziente, ovvero il giudizio sulla qualità di vita. Ciò comporta che il giudizio non può prescindere dagli aspetti clinici, dai numeri: è necessario conoscere le probabilità di successo di un intervento insieme alla speranza di prolungamento della vita che esso comporta. Ma se ciò è necessario, non è sufficiente: occorre valutare la ricaduta di questi numeri sulla vita del paziente, a cui prioritariamente compete la decisione finale. Questa dialettica tra dato oggettivo e valutazione soggettiva riconosce che da una parte la valutazione del soggetto non può essere arbitraria (è sempre in riferimento ad una data condizione clinica), dall’altra che applicare modelli teorici a prescindere dalle condizioni effettive del paziente è astratto e non rispettoso della sua persona. Anche nelle...

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Il voto italiano visto da Bruxelles

I timori per la vittoria euroscettica Le elezioni hanno messo in luce – sottolinea Enzo Pezzini – un Paese più lontano dall’Europa. L’Ue è chiamata a rinnovarsi, ma ora s’intravvede il rischio di un isolamento di Roma rispetto al progetto comunitario. Lo studioso italiano che vive a Bruxelles valuta il nodo-immigrazione e il peso della crisi economica. Dopo il voto del 4 marzo l’Italia è sotto i riflettori europei. Le letture del voto che si sono avute in sede nazionale in genere non hanno trovato corrispondenza in quelle – piuttosto preoccupate – prodotte a Bruxelles, a Berlino o a Parigi. Ne parliamo con Enzo Pezzini, ricercatore associato del Centre de Recherche en Science Politique – Université Saint-Louis di Bruxelles, collaboratore scientifico dell’Université Catholique di Lovanio e docente alla facoltà di Scienze sociali ed economiche dell’Institut Catholique di Parigi. Visto dall’Europa, quali riflessioni alimenta il voto italiano? Il risultato le sembra in linea con altre elezioni svoltesi in Paesi Ue? Innanzitutto c’è molta sorpresa, per la dimensione dei risultati e perché si tratta di un primo caso nel quale un grande Paese fondatore dell’Unione vede uscire dalle urne una maggioranza “antisistema” ed euroscettica. Finora nelle elezioni degli altri grandi Paesi, in Francia o in Germania, pur in presenza di forze “antieuropeiste” o di estrema destra (anche consistenti) queste non avevano prevalso. C’è poi la difficoltà a “classificare” il Movimento Cinquestelle, rispetto agli altri partiti europei “potenzialmente assimilabili”. Infatti non si può paragonare al Front National francese (più vicino alla Lega), nemmeno a Ukip inglese (anche se siedono nello stesso gruppo al Parlamento europeo), né a Podemos spagnolo. In effetti c’è poi da constatare una persistente continuità, un’onda lunga che sta traversando l’Europa, lo abbiamo visto con il Brexit nel Regno Unito, la destra islamofoba di Geert Wilder in Olanda, la Polonia del partito Diritto e giustizia, l’Ungheria di Viktor Orban, la Repubblica Ceca di Milos Zeman, l’Austria di Sebastian Kurz e le turbolenze catalane, ma se allarghiamo lo sguardo oltre oceano possiamo vedere lo stesso nell’elezione di Trump negli Usa. È un fenomeno che deve far riflettere e osservo come anche il linguaggio è cambiato: si semplificano realtà oggettivamente complesse, si ricorre a slogan che fanno presa, si alimenta la paura più che la riflessione. Le cosiddette forze sovraniste ed eurocritiche, che stanno avendo buoni risultati in tutta Europa, ottengono dunque vasti consensi anche fra gli elettori italiani. Quali, a suo avviso, le ragioni? Ci sono molti fattori che hanno portato una maggioranza di elettori a questa situazione di risentimento nei confronti dell’Europa, dopo essere stata l’Italia da sempre uno dei Paesi più euroentusiasti. Possiamo identificare l’inizio di questa trasformazione negli anni ’90 con l’applicazione dei criteri di Maastricht, che...

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ALDO MORO Lo statista e il suo dramma

ALDO MORO Lo statista e il suo dramma

Un grande italiano, tra storia e attualità L’Associazione culturale Polis propone, nel centenario della nascita, una serata-dibattito sulla figura e il pensiero di Aldo Moro (1916-1978), giurista, “padre costituente”, parlamentare, più volte ministro, segretario della Democrazia cristiana nel periodo 1959-‘64 e per lungo tempo presidente del Consiglio dei ministri (1963-’68 e 1974-’76). Moro fu barbaramente ucciso dalle Brigate Rosse dopo il rapimento in via Fani – con la strage che costò la vita agli uomini della scorta – e un lungo periodo di carcerazione. A Moro è dedicata la recentissima biografia Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma (ed. Il Mulino), scritta da Guido Formigoni, docente di Storia contemporanea all’Università IULM di Milano, socio fondatore di Polis. La serata di martedì 15 novembre (ore 21, presso la “Casa per tutti”, via Canova 40 – piano terra) prevede l’intervento dell’autore e la lettura di alcuni brani tratti dagli scritti dello stesso Moro. Saranno quindi presenti: ◊     Guido Formigoni – Università IULM Milano ◊     Giorgio Orsini – Voce recitante del Laboratorio teatrale San Magno Introdurranno i lavori Piero Garavaglia, presidente Associazione Polis, e Gianni Borsa, giornalista Martedì 15 novembre, ore 21.00 presso la “Casa per tutti”, via Canova 40 –...

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